Il Consiglio per i diritti umani delle
Nazioni Unite ha istituito la Missione d'inchiesta indipendente sulla
Libia
nel giugno 2020 per indagare sulle violazioni e gli abusi dei diritti
umani in Libia a partire dal 2016.
A seguito di 13 missioni in cui sono state condotte più di 400
interviste e raccolte oltre 2.800 informazioni, tra cui immagini
fotografiche e reperti audiovisivi, nel marzo 2023 il rapporto è stato
presentato alla 52a sessione del Consiglio dei diritti umani.
Nel giungere alle conclusioni sui
crimini contro l'umanità, la Missione ha applicato la
definizione comunemente accettata di crimini contro l'umanità ai
sensi del diritto internazionale consuetudinario, vale a dire
“attacco diffuso o sistematico diretto contro qualsiasi popolazione
civile, e con la consapevolezza dell'attacco” (ex art. 7,
Statuto di Roma).
Il rapporto delle Nazioni Unite
sulle violenze contro i migranti in Libia
La pubblicazione di un rapporto
dettagliato
contenente i risultati della Missione indipendente d'inchiesta
sulla Libia (da qui in poi "la Missione") ad opera delle
Nazioni Unite e presentato alla 52a sessione del Consiglio dei
diritti umani, insieme al rapporto finale della Missione previsto
dalla risoluzione 50/23,
pone il punto definitivo sulle violenze presenti nel Mediterraneo
rese possibili da quei rapporti tra Unione europea, Stati membri UE
(in particolare Italia e Malta) e Libia. Come riportato dal rapporto
stesso, “Il Consiglio dei diritti umani ha istituito la Missione
per documentare, in modo indipendente e imparziale, presunte
violazioni e abusi dei diritti umani internazionali e del diritto
umanitario da parte di tutte le parti in Libia dall'inizio del 2016”.
Dal 2016 gli Stati membri dell'UE e le
agenzie dell'UE hanno attuato una politica di rimpatrio di migranti e
richiedenti asilo o rifugiati in Libia, “aumentando il
rafforzamento delle capacità e il sostegno al coordinamento degli
attori libici, in particolare della guardia costiera libica”.
Il rapporto delle Nazioni Unite riporta che “Libia e Stati terzi,
come Italia e Malta, hanno stipulato memorandum d'intesa in tal
senso”. Come stabilito da questi memorandum, le autorità libiche
hanno ricevuto sostegno per l'intercettazione e il rimpatrio di
migranti in Libia quando questi tentavano di raggiungere le coste
europee. “La missione e il mandato dell'operazione delle forze
navali dell'Unione europea sono stati specificatamente modificati nel
giugno 2016 per includere la fornitura di addestramento e
rafforzamento delle capacità della guardia costiera libica e della
marina libica”.
Così come sostenuto dalle Nazioni Unite, la agenzia Frontex –
allora guidata dal direttore Fabrice Leggeri – “è stata
fondamentale nel fornire sorveglianza aerea nel corso di varie
operazioni”.
Sempre nel rapporto è indicato come
“il contrabbando, la tratta, la riduzione in schiavitù, il lavoro
forzato, la detenzione e l'estorsione di migranti hanno generato
entrate significative per individui, gruppi armati e istituzioni
statali”. Le entità affiliate allo Stato libico hanno ricevuto
supporto tecnico, logistico e monetario dall'Unione europea e dai
suoi Stati membri per, tra l'altro, l'intercettazione e il rimpatrio
dei migranti in Libia.
Il rapporto delle Nazioni Unite
riferisce inoltre di prove schiaccianti [overwhelming evidence]
in riferimento a casi di tortura e altri trattamenti crudeli,
inumani o degradanti, perpetrati nei confronti dei migranti
in un paese, la Libia, che funge da punto di partenza e di transito
per molti dei migranti diretti in Europa.
Oltre agli accertamenti inerenti la
violazione dei diritti umani e del diritto internazionale umanitario
in relazione a singoli casi, la Missione ha riscontrato ragionevoli
motivi per ritenere che i crimini contro l'umanità siano stati
commessi – sia a danno di libici che a danno di migranti – in
tutta la Libia a partire dal 2016, nel contesto della privazione
arbitraria della libertà.
La Missione delle Nazioni Unite ha
rilevato una moltitudine di atti commessi dalle autorità libiche e
da altri gruppi che controllano i centri di detenzione nel contesto
di una politica, manifesta nella legislazione libica, che
criminalizza la migrazione [that criminalizes migration]
e nega alle persone il diritto di chiedere asilo.
Leggi nello specifico La criminalizzazione del soccorso in mare (2021).
Il ripugnante ciclo di violenza: la
sistematica violazione dei diritti umani in Libia
Tutti i migranti intervistati hanno
condiviso resoconti su quello che il rapporto definisce “ripugnante
ciclo di violenza”. Tale ciclo inizia con l'ingresso dei migranti
in Libia, spesso con il coinvolgimento di trafficanti, a cui seguono
la loro cattura, il ricatto e il trasferimento in luoghi di
detenzione ufficiali e non ufficiali in cui non è contemplato il
controllo giudiziario e all'accesso alle procedure d'asilo. Il
rapporto parla infatti di detenzione arbitraria, con i migranti
trattenuti in luoghi di detenzione ufficiali sotto il controllo
nominale del Dipartimento libico per il contrasto all'immigrazione clandestina e in luoghi di detenzione non ufficiali sotto il
controllo di gruppi armati e bande criminali dedite al contrabbando e
alla tratta. Questi migranti “stati arrestati dopo essere stati
intercettati in mare o in seguito al loro contrabbando o tratta
attraverso i valichi di frontiera del paese, in particolare la
frontiera meridionale”.
Infatti, quello che le Nazioni Unite
definiscono “metodo frequente” [frequent method] di
arresto e detenzione dei migranti, riguardava l'intercettazione in
mare di questi ultimi mentre gli stessi tentavano di attraversare il
Mar Mediterraneo dai punti di partenza al largo della costa libica,
diventando vittime soggette a “tattiche abusive che potevano
rivelarsi fatali”.
Riportando di specifici casi a titolo
di esempio, il rapporto afferma che durante un tentativo da parte dei
migranti di salpare per Malta, questi sarebbero stati intercettati da
“elicotteri neri” che li avrebbero filmati per circa 20 minuti.
Poche ore dopo – così come nelle parole di un testimone – è
arrivata una nave della guardia costiera libica che ha iniziato a
imbarcare i circa 108 migranti. Durante il processo di imbarco,
mentre la guardia costiera libica minacciava di sparare sui migranti che
tentassero la fuga, un neonato è caduto in acqua mentre le autorità
libiche lo “lanciavano” [thrown] dalla barca dei migranti
alla propria nave.
Riportati infine a Tripoli, vittime di ulteriori furti di passaporti
e anelli, i migranti sono stati successivamente divisi per
nazionalità e condotti in diversi centri di detenzione.
Il rapporto delle Nazioni Unite
parla inoltre di raid su larga scala, riportando – sempre a titolo di
esempio – che “nelle prime ore del mattino del 1° ottobre 2021,
un grande contingente di forze di sicurezza del governo e della Radaa
[una particolare unità di forze speciali libiche, nda] ha
assediato un'area di Gargaresh. Utilizzando i droni per individuare i
migranti in fuga verso il mare e altrove, queste forze hanno condotto
un saccheggio dell'area che ha portato all'arresto di circa 4000
migranti, nonché al sequestro diffuso delle proprietà dei migranti
(come denaro e telefoni cellulari)”.
La Missione delle Nazioni Unite riferisce pertanto di “ragionevoli motivi” [reasonable grounds] per
ritenere che i migranti in tutta la Libia siano vittime di crimini
contro l'umanità e che atti di omicidio, sparizione, tortura,
riduzione in schiavitù, schiavitù sessuale, stupro e altri atti
disumani siano commessi in connessione con la loro detenzione
arbitraria, durante, ad esempio, la tratta e l'intercettazione. Fermo
restando che “il contrabbando ha generato entrate significative per
individui, gruppi e attori statali”, la Missione sostiene che “tale
strumentalizzazione abbia incentivato la continuazione delle
violazioni documentate e facilitato il consolidamento del potere e
della ricchezza da parte dello Stato e dei gruppi affiliati”.
Le indagini hanno condotto a ritenere
che atti di crimini contro l'umanità siano stati commessi anche nei
centri gestiti dal Dipartimento libico per il contrasto
all'immigrazione clandestina di Tariq al-Matar, Abu Salim, Ayn
Zarah, Abu Isa, Gharyan, Tariq al-Sikka, Mabani, Salah Al-Din e
Az-Zawiya, nonché nei luoghi di detenzione non ufficiali di
al-Shwarif, Bani Walid, Sabratah, Zuwara e Sabha.
Gli attori statali e i paesi terzi
Tra gli attori statali, il rapporto
cita il Dipartimento libico per il contrasto all'immigrazione
clandestina (Department for Combating Illegal Immigration –
DCIM, nel rapporto), sostenendo che “Il carattere continuativo,
sistematico e diffuso dei crimini documentati dalla Missione
suggerisce fortemente che siano implicati personale e funzionari del
DCIM a tutti i livelli della gerarchia”, riportando inoltre che
questi, assieme al personale di alto rango della guardia costiera
libica, “abbiano colluso con trafficanti e contrabbandieri, che
sarebbero collegati a gruppi della milizia”.
Nel rapporto delle Nazioni Unite spicca il nome di Abd al-Rahman
al-Milad, altrimenti detto Bija, capo dell'unità regionale
della guardia costiera libica di Az-Zawiya,
legato alla criminalità organizzata libica e che nel 2017 si era recato in Italia per un incontro formale tenuto tra funzionari libici
e italiani.
In conformità ai protocolli d'intesa
tra Libia e Stati terzi, le autorità libiche hanno continuato la
loro politica di intercettazione e rimpatrio forzato dei migranti in
Libia, in violazione del principio di non respingimento.
Sulla base di “prove sostanziali” [substantial evidence],
la Missione delle Nazioni Unite ha trovato motivo di ritenere che
l'Unione europea e i suoi Stati membri, direttamente o
indirettamente, abbiano fornito supporto monetario, tecnico e
logistico alla guardia costiera libica e al Dipartimento per il
contrasto all'immigrazione clandestina. Tale supporto “è stato
utilizzato nel contesto dell'intercettazione e detenzione dei
migranti” [that was used in the context of interception and
detention of migrants].
Le prove raccolte dalla Missione hanno inoltre dimostrato che l'UE
e/o i suoi Stati membri hanno fornito alle autorità libiche, tra
l'altro, gommoni per il pattugliamento costiero, nonché veicoli SUV,
autobus, ambulanze e dispositivi di comunicazione radio-satellitare.
Leggi nello specifico Libia, la situazione migranti e quella schiavitù finanziata dall'UE (2019).
Torture e richiesta di riscatti
Sia donne che uomini sono stati
torturati e sottoposti a trattamenti crudeli, inumani o degradanti.
Le Nazioni Unite affermano che “la tortura e altre forme di
maltrattamento sono state spesso commesse nel contesto del riscatto
richiesto dai trafficanti”
e che secondo le testimonianze di numerosi migranti, i trafficanti,
anche nella città di Bani Walid (nel distretto di Misurata),
picchiavano i migranti che non potevano pagarli. Al fine di ottenere
le somme richieste, i trafficanti costringevano i bambini migranti a
telefonare ai loro genitori, ai quali veniva palesata la minaccia che
sarebbe stato recato danno al minore.
In altri casi, le vittime venivano stuprate e filmate. Il video
veniva poi utilizzato per chiedere il riscatto ai familiari.
Lo stupro e la violenza di genere
Con inerenza ai casi di stupro, il
rapporto delle Nazioni Unite riferisce che, nella maggior parte dei
casi, gli autori degli stupri erano guardie appartenenti a gruppi di
trafficanti o alle autorità statali. Secondo i testimoni, i migranti
sono stati stuprati davanti ai loro figli o sottratti ai loro coniugi
per poi essere stuprati.
Le donne migranti hanno anche riferito di aver avuto rapporti
sessuali con guardie e altri funzionari di detenzione in cambio di
cibo, acqua o altri servizi di base. Così come continua il rapporto,
“In diversi casi, alle vittime è stato promesso di essere
rilasciate in cambio di atti sessuali”.
La maggior parte delle vittime di
stupro, così come documentato dalla Missione, era costituita da
donne e ragazze. Tuttavia anche uomini e ragazzi sono stati soggetti
agli abusi sessuali.
Crimini contro l'umanità in Libia
Sulla base delle prove in suo possesso,
la Missione ha trovato ragionevoli motivi per ritenere che il
Ministero dell'Interno libico, il DCIM insieme ai gruppi armati che de facto
controllano i migranti privati della libertà, abbiano commesso
crimini contro l'umanità. Questa scoperta è stata fatta nei
confronti dei migranti detenuti a Tariq al-Matar, Abu Isa, Gharyan,
Tariq al-Sikka, Az-Zawiyya, Salah al-Din, Mabani e al-Shwarif.
Inoltre, la Missione ha trovato ragionevoli motivi per ritenere che le milizie SSA (Stability Support Authority) siano responsabili di crimini contro l'umanità nei centri di
detenzione per migranti di Ayn Zarah e Abu Salim. La Missione ha
inoltre individuato ragionevoli motivi per ritenere che siano stati
commessi crimini contro l'umanità a Bani Walid, Sabratah, Zuwara e
Sabha.
La tratta dei migranti
Migliaia di migranti vengono
contrabbandati ogni anno in Libia via Sabha e Kufra, rispettivamente
nel sud e nel sud-est della Libia, e molti finiscono a Tripoli
attraverso l'hub del traffico di Bani Walid dopo essere stati venduti
ai trafficanti e/o in uno degli hub sulla costa a ovest di
Tripoli, in particolare Zuwara e Sabratah.
La Missione ha individuato un modello
di rapimento, accoglienza e trasferimento di migranti (molti dei
quali sono stati venduti e successivamente sfruttati fisicamente e
sessualmente), che l'ha portata a ritenere che esista una
ripetizione non accidentale, e chiaramente identificabile, di
atti criminosi effettuati con cadenza regolare.
La responsabilità penale dei
crimini contro l'umanità in Libia
Il rapporto delle Nazioni Unite
riferisce che “Le persone identificate come probabili responsabili
di crimini contro l'umanità sono gli autori diretti e funzionari di
grado più elevato, come comandanti militari o leader civili”,
aggiungendo che “questi individui potrebbero in definitiva essere
ritenuti penalmente responsabili” qualora i loro atti fossero stati
commessi come parte di un attacco diffuso e sistematico, e qualora
sia ulteriormente provato che abbiano agito con la consapevolezza che
la loro condotta facesse parte di tale attacco.
L'attribuzione della responsabilità penale in capo a individui specifici
“richiede un'indagine ampia e mirata”, nonché ulteriori accertamenti.
Secondo il diritto internazionale
consuetudinario – sempre come riportato nel rapporto – gli atti
criminosi sono imputabili allo Stato quando sono commessi da un
organo dello Stato o da persone o entità che esercitano elementi
dell'autorità governativa (ex artt. 4 e 5, Responsibility
of States for Internationally Wrongful Acts, 2001).
Nel caso di comportamenti perpetrati da individui o gruppi non
statali, lo Stato risponde della responsabilità delle loro azioni
nella misura in cui tali persone o gruppi agiscono su istruzione o
sotto la direzione o il controllo dello Stato stesso (ex artt.
8 e 9, Responsibility of States for Internationally Wrongful Acts,
2001). Lo Stato è responsabile anche quando non prende tutte le
ragionevoli misure necessarie per impedire all'attore non statale di
commettere gli atti, così come quando ragionevoli misure non vengono
intraprese per proteggere la sua popolazione dalla condotta di attori
non statali.