CONTATTO MASTODON

Rapporto ONU sui crimini contro i migranti nei memorandum EU, Italia, Libia

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Il rapporto delle Nazioni Unite sulle violenze contro i migranti e sui crimini contro l'umanità favoriti dagli accordi tra UE, Libia (e Italia)

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Pubblicato: 28/03/23

   Il Consiglio per i diritti umani delle Nazioni Unite ha istituito la Missione d'inchiesta indipendente sulla Libia1 nel giugno 2020 per indagare sulle violazioni e gli abusi dei diritti umani in Libia a partire dal 20162. A seguito di 13 missioni in cui sono state condotte più di 400 interviste e raccolte oltre 2.800 informazioni, tra cui immagini fotografiche e reperti audiovisivi, nel marzo 2023 il rapporto è stato presentato alla 52a sessione del Consiglio dei diritti umani.

   Nel giungere alle conclusioni sui crimini contro l'umanità, la Missione ha applicato la definizione comunemente accettata di crimini contro l'umanità ai sensi del diritto internazionale consuetudinario, vale a dire “attacco diffuso o sistematico diretto contro qualsiasi popolazione civile, e con la consapevolezza dell'attacco” (ex art. 7, Statuto di Roma).

Il rapporto delle Nazioni Unite sulle violenze contro i migranti in Libia

   La pubblicazione di un rapporto dettagliato3 contenente i risultati della Missione indipendente d'inchiesta sulla Libia (da qui in poi "la Missione") ad opera delle Nazioni Unite e presentato alla 52a sessione del Consiglio dei diritti umani, insieme al rapporto finale della Missione previsto dalla risoluzione 50/234, pone il punto definitivo sulle violenze presenti nel Mediterraneo rese possibili da quei rapporti tra Unione europea, Stati membri UE (in particolare Italia e Malta) e Libia. Come riportato dal rapporto stesso, “Il Consiglio dei diritti umani ha istituito la Missione per documentare, in modo indipendente e imparziale, presunte violazioni e abusi dei diritti umani internazionali e del diritto umanitario da parte di tutte le parti in Libia dall'inizio del 2016”.

   Dal 2016 gli Stati membri dell'UE e le agenzie dell'UE hanno attuato una politica di rimpatrio di migranti e richiedenti asilo o rifugiati in Libia, “aumentando il rafforzamento delle capacità e il sostegno al coordinamento degli attori libici, in particolare della guardia costiera libica”5. Il rapporto delle Nazioni Unite riporta che “Libia e Stati terzi, come Italia e Malta, hanno stipulato memorandum d'intesa in tal senso”. Come stabilito da questi memorandum, le autorità libiche hanno ricevuto sostegno per l'intercettazione e il rimpatrio di migranti in Libia quando questi tentavano di raggiungere le coste europee. “La missione e il mandato dell'operazione delle forze navali dell'Unione europea sono stati specificatamente modificati nel giugno 2016 per includere la fornitura di addestramento e rafforzamento delle capacità della guardia costiera libica e della marina libica”6. Così come sostenuto dalle Nazioni Unite, la agenzia Frontex – allora guidata dal direttore Fabrice Leggeri – “è stata fondamentale nel fornire sorveglianza aerea nel corso di varie operazioni”7.

   Sempre nel rapporto è indicato come “il contrabbando, la tratta, la riduzione in schiavitù, il lavoro forzato, la detenzione e l'estorsione di migranti hanno generato entrate significative per individui, gruppi armati e istituzioni statali”. Le entità affiliate allo Stato libico hanno ricevuto supporto tecnico, logistico e monetario dall'Unione europea e dai suoi Stati membri per, tra l'altro, l'intercettazione e il rimpatrio dei migranti in Libia8.

   Il rapporto delle Nazioni Unite riferisce inoltre di prove schiaccianti [overwhelming evidence] in riferimento a casi di tortura e altri trattamenti crudeli, inumani o degradanti, perpetrati nei confronti dei migranti9 in un paese, la Libia, che funge da punto di partenza e di transito per molti dei migranti diretti in Europa.

   Oltre agli accertamenti inerenti la violazione dei diritti umani e del diritto internazionale umanitario in relazione a singoli casi, la Missione ha riscontrato ragionevoli motivi per ritenere che i crimini contro l'umanità siano stati commessi – sia a danno di libici che a danno di migranti – in tutta la Libia a partire dal 2016, nel contesto della privazione arbitraria della libertà10.

   La Missione delle Nazioni Unite ha rilevato una moltitudine di atti commessi dalle autorità libiche e da altri gruppi che controllano i centri di detenzione nel contesto di una politica, manifesta nella legislazione libica, che criminalizza la migrazione [that criminalizes migration] e nega alle persone il diritto di chiedere asilo11.

   Leggi nello specifico La criminalizzazione del soccorso in mare (2021).

Il ripugnante ciclo di violenza: la sistematica violazione dei diritti umani in Libia

   Tutti i migranti intervistati hanno condiviso resoconti su quello che il rapporto definisce “ripugnante ciclo di violenza”. Tale ciclo inizia con l'ingresso dei migranti in Libia, spesso con il coinvolgimento di trafficanti, a cui seguono la loro cattura, il ricatto e il trasferimento in luoghi di detenzione ufficiali e non ufficiali in cui non è contemplato il controllo giudiziario e all'accesso alle procedure d'asilo. Il rapporto parla infatti di detenzione arbitraria, con i migranti trattenuti in luoghi di detenzione ufficiali sotto il controllo nominale del Dipartimento libico per il contrasto all'immigrazione clandestina e in luoghi di detenzione non ufficiali sotto il controllo di gruppi armati e bande criminali dedite al contrabbando e alla tratta. Questi migranti “stati arrestati dopo essere stati intercettati in mare o in seguito al loro contrabbando o tratta attraverso i valichi di frontiera del paese, in particolare la frontiera meridionale”12.

   Infatti, quello che le Nazioni Unite definiscono “metodo frequente” [frequent method] di arresto e detenzione dei migranti, riguardava l'intercettazione in mare di questi ultimi mentre gli stessi tentavano di attraversare il Mar Mediterraneo dai punti di partenza al largo della costa libica13, diventando vittime soggette a “tattiche abusive che potevano rivelarsi fatali”14.

   Riportando di specifici casi a titolo di esempio, il rapporto afferma che durante un tentativo da parte dei migranti di salpare per Malta, questi sarebbero stati intercettati da “elicotteri neri” che li avrebbero filmati per circa 20 minuti15. Poche ore dopo – così come nelle parole di un testimone – è arrivata una nave della guardia costiera libica che ha iniziato a imbarcare i circa 108 migranti. Durante il processo di imbarco, mentre la guardia costiera libica minacciava di sparare sui migranti che tentassero la fuga, un neonato è caduto in acqua mentre le autorità libiche lo “lanciavano” [thrown] dalla barca dei migranti alla propria nave16. Riportati infine a Tripoli, vittime di ulteriori furti di passaporti e anelli, i migranti sono stati successivamente divisi per nazionalità e condotti in diversi centri di detenzione17.

   Il rapporto delle Nazioni Unite parla inoltre di raid su larga scala, riportando – sempre a titolo di esempio – che “nelle prime ore del mattino del 1° ottobre 2021, un grande contingente di forze di sicurezza del governo e della Radaa [una particolare unità di forze speciali libiche, nda] ha assediato un'area di Gargaresh. Utilizzando i droni per individuare i migranti in fuga verso il mare e altrove, queste forze hanno condotto un saccheggio dell'area che ha portato all'arresto di circa 4000 migranti, nonché al sequestro diffuso delle proprietà dei migranti (come denaro e telefoni cellulari)”18.

   La Missione delle Nazioni Unite riferisce pertanto di “ragionevoli motivi” [reasonable grounds] per ritenere che i migranti in tutta la Libia siano vittime di crimini contro l'umanità e che atti di omicidio, sparizione, tortura, riduzione in schiavitù, schiavitù sessuale, stupro e altri atti disumani siano commessi in connessione con la loro detenzione arbitraria, durante, ad esempio, la tratta e l'intercettazione. Fermo restando che “il contrabbando ha generato entrate significative per individui, gruppi e attori statali”, la Missione sostiene che “tale strumentalizzazione abbia incentivato la continuazione delle violazioni documentate e facilitato il consolidamento del potere e della ricchezza da parte dello Stato e dei gruppi affiliati”19.

   Le indagini hanno condotto a ritenere che atti di crimini contro l'umanità siano stati commessi anche nei centri gestiti dal Dipartimento libico per il contrasto all'immigrazione clandestina di Tariq al-Matar, Abu Salim, Ayn Zarah, Abu Isa, Gharyan, Tariq al-Sikka, Mabani, Salah Al-Din e Az-Zawiya, nonché nei luoghi di detenzione non ufficiali di al-Shwarif, Bani Walid, Sabratah, Zuwara e Sabha.

Gli attori statali e i paesi terzi

   Tra gli attori statali, il rapporto cita il Dipartimento libico per il contrasto all'immigrazione clandestina (Department for Combating Illegal Immigration – DCIM, nel rapporto), sostenendo che “Il carattere continuativo, sistematico e diffuso dei crimini documentati dalla Missione suggerisce fortemente che siano implicati personale e funzionari del DCIM a tutti i livelli della gerarchia”, riportando inoltre che questi, assieme al personale di alto rango della guardia costiera libica, “abbiano colluso con trafficanti e contrabbandieri, che sarebbero collegati a gruppi della milizia”20. Nel rapporto delle Nazioni Unite spicca il nome di Abd al-Rahman al-Milad, altrimenti detto Bija, capo dell'unità regionale della guardia costiera libica di Az-Zawiya21, legato alla criminalità organizzata libica e che nel 2017 si era recato in Italia per un incontro formale tenuto tra funzionari libici e italiani.

   In conformità ai protocolli d'intesa tra Libia e Stati terzi, le autorità libiche hanno continuato la loro politica di intercettazione e rimpatrio forzato dei migranti in Libia, in violazione del principio di non respingimento22. Sulla base di “prove sostanziali” [substantial evidence], la Missione delle Nazioni Unite ha trovato motivo di ritenere che l'Unione europea e i suoi Stati membri, direttamente o indirettamente, abbiano fornito supporto monetario, tecnico e logistico alla guardia costiera libica e al Dipartimento per il contrasto all'immigrazione clandestina. Tale supporto “è stato utilizzato nel contesto dell'intercettazione e detenzione dei migranti” [that was used in the context of interception and detention of migrants]23. Le prove raccolte dalla Missione hanno inoltre dimostrato che l'UE e/o i suoi Stati membri hanno fornito alle autorità libiche, tra l'altro, gommoni per il pattugliamento costiero, nonché veicoli SUV, autobus, ambulanze e dispositivi di comunicazione radio-satellitare24.

   Leggi nello specifico Libia, la situazione migranti e quella schiavitù finanziata dall'UE (2019).

Torture e richiesta di riscatti

   Sia donne che uomini sono stati torturati e sottoposti a trattamenti crudeli, inumani o degradanti25. Le Nazioni Unite affermano che “la tortura e altre forme di maltrattamento sono state spesso commesse nel contesto del riscatto richiesto dai trafficanti”26 e che secondo le testimonianze di numerosi migranti, i trafficanti, anche nella città di Bani Walid (nel distretto di Misurata), picchiavano i migranti che non potevano pagarli. Al fine di ottenere le somme richieste, i trafficanti costringevano i bambini migranti a telefonare ai loro genitori, ai quali veniva palesata la minaccia che sarebbe stato recato danno al minore27. In altri casi, le vittime venivano stuprate e filmate. Il video veniva poi utilizzato per chiedere il riscatto ai familiari28.

Lo stupro e la violenza di genere

   Con inerenza ai casi di stupro, il rapporto delle Nazioni Unite riferisce che, nella maggior parte dei casi, gli autori degli stupri erano guardie appartenenti a gruppi di trafficanti o alle autorità statali. Secondo i testimoni, i migranti sono stati stuprati davanti ai loro figli o sottratti ai loro coniugi per poi essere stuprati29. Le donne migranti hanno anche riferito di aver avuto rapporti sessuali con guardie e altri funzionari di detenzione in cambio di cibo, acqua o altri servizi di base. Così come continua il rapporto, “In diversi casi, alle vittime è stato promesso di essere rilasciate in cambio di atti sessuali”30.

   La maggior parte delle vittime di stupro, così come documentato dalla Missione, era costituita da donne e ragazze. Tuttavia anche uomini e ragazzi sono stati soggetti agli abusi sessuali31.

Crimini contro l'umanità in Libia

   Sulla base delle prove in suo possesso, la Missione ha trovato ragionevoli motivi per ritenere che il Ministero dell'Interno libico, il DCIM insieme ai gruppi armati che de facto controllano i migranti privati ​​della libertà, abbiano commesso crimini contro l'umanità. Questa scoperta è stata fatta nei confronti dei migranti detenuti a Tariq al-Matar, Abu Isa, Gharyan, Tariq al-Sikka, Az-Zawiyya, Salah al-Din, Mabani e al-Shwarif. Inoltre, la Missione ha trovato ragionevoli motivi per ritenere che le milizie SSA (Stability Support Authority) siano responsabili di crimini contro l'umanità nei centri di detenzione per migranti di Ayn Zarah e Abu Salim. La Missione ha inoltre individuato ragionevoli motivi per ritenere che siano stati commessi crimini contro l'umanità a Bani Walid, Sabratah, Zuwara e Sabha32.

La tratta dei migranti

   Migliaia di migranti vengono contrabbandati ogni anno in Libia via Sabha e Kufra, rispettivamente nel sud e nel sud-est della Libia, e molti finiscono a Tripoli attraverso l'hub del traffico di Bani Walid dopo essere stati venduti ai trafficanti e/o in uno degli hub sulla costa a ovest di Tripoli, in particolare Zuwara e Sabratah33.

   La Missione ha individuato un modello di rapimento, accoglienza e trasferimento di migranti (molti dei quali sono stati venduti e successivamente sfruttati fisicamente e sessualmente), che l'ha portata a ritenere che esista una ripetizione non accidentale, e chiaramente identificabile, di atti criminosi effettuati con cadenza regolare34.

La responsabilità penale dei crimini contro l'umanità in Libia

   Il rapporto delle Nazioni Unite riferisce che “Le persone identificate come probabili responsabili di crimini contro l'umanità sono gli autori diretti e funzionari di grado più elevato, come comandanti militari o leader civili”, aggiungendo che “questi individui potrebbero in definitiva essere ritenuti penalmente responsabili” qualora i loro atti fossero stati commessi come parte di un attacco diffuso e sistematico, e qualora sia ulteriormente provato che abbiano agito con la consapevolezza che la loro condotta facesse parte di tale attacco35. L'attribuzione della responsabilità penale in capo a individui specifici “richiede un'indagine ampia e mirata”, nonché ulteriori accertamenti36.

   Secondo il diritto internazionale consuetudinario – sempre come riportato nel rapporto – gli atti criminosi sono imputabili allo Stato quando sono commessi da un organo dello Stato o da persone o entità che esercitano elementi dell'autorità governativa (ex artt. 4 e 5, Responsibility of States for Internationally Wrongful Acts, 200137). Nel caso di comportamenti perpetrati da individui o gruppi non statali, lo Stato risponde della responsabilità delle loro azioni nella misura in cui tali persone o gruppi agiscono su istruzione o sotto la direzione o il controllo dello Stato stesso (ex artt. 8 e 9, Responsibility of States for Internationally Wrongful Acts, 2001). Lo Stato è responsabile anche quando non prende tutte le ragionevoli misure necessarie per impedire all'attore non statale di commettere gli atti, così come quando ragionevoli misure non vengono intraprese per proteggere la sua popolazione dalla condotta di attori non statali38.


1 Cfr. ‘Independent Fact-Finding Mission on Libya’ (OHCHR, nd) <https://www.ohchr.org/en/hr-bodies/hrc/libya/index> accesso 28 marzo 2023.

2 ‘Libya: Urgent action needed to remedy deteriorating human rights situation, UN Fact-Finding Mission warns in final report’ (OHCHR, 27 marzo 2023) <https://www.ohchr.org/en/press-releases/2023/03/libya-urgent-action-needed-remedy-deteriorating-human-rights-situation-un> accesso 28 marzo 2023.

3 ‘Detailed Findings of the Independent Fact-Finding Mission on Libya (A/HRC/52/CRP.8) - Libya | ReliefWeb’ (reliefweb, 27 marzo 2023) <https://reliefweb.int/report/libya/detailed-findings-independent-fact-finding-mission-libya-ahrc52crp8> accesso 28 marzo 2023.

4 Consiglio dei diritti umani, 50/23. Technical assistance and capacity-building to improve human rights in Libya (A/HRC/RES/50/23). Scaricabile al seguente link [PDF]: https://documents-dds-ny.un.org/doc/UNDOC/GEN/G22/406/56/PDF/G2240656.pdf [accesso 28 marzo 2023]

5 Paragrafo 138 del rapporto

6 Paragrafo 139 del rapporto

7 Paragrafo 139 del rapporto

8 Summary del rapporto

9 Paragrafo 141 del rapporto

10 Paragrafo 175 del rapporto

11 Paragrafo 179 del rapporto

12 Paragrafo 131 del rapporto

13 Paragrafo 135 del rapporto

14 Paragrafo 136 del rapporto

15 Paragrafo 137 del rapporto

16 Paragrafo 137 del rapporto

17 Paragrafo 137 del rapporto

18 Paragrafo 133 del rapporto. Cfr. paragrafo 136 del rapporto.

19 Paragrafo 125 del rapporto

20 Paragrafo 127 del rapporto

21 Paragrafo 128 del rapporto

22 Paragrafo 129 del rapporto

23 Paragrafo 129 del rapporto

24 Paragrafo 129 del rapporto

25 Paragrafo 142 del rapporto

26 Paragrafo 142 del rapporto

27 Paragrafo 144 del rapporto

28 Paragrafo 157 del rapporto

29 Paragrafo 157 del rapporto

30 Paragrafo 157 del rapporto

31 Paragrafo 156 del rapporto

32 Paragrafo 179 del rapporto

33 Paragrafo 182 del rapporto

34 Paragrafo 183 del rapporto

35 Paragrafo 196 del rapporto

36 Paragrafo 197 del rapporto

37 Adottato dall'Assemblea Generale con Risoluzione 56/83, il 12 dicembre 2001. Il Responsibility of States for Internationally Wrongful Acts è consultabile al seguente link [PDF]: https://legal.un.org/ilc/texts/instruments/english/draft_articles/9_6_2001.pdf [accesso 28 marzo 2023]

38 Paragrafo 195 del rapporto

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