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Golpe Borghese: tutta la verità

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Avvenuto nella notte tra il 7 e l'8 dicembre 1970, il golpe Borghese è stato il tentativo di sovvertire lo Stato italiano.
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Pubblicato: 07/12/18

Golpe Borghese


Golpe dei forestali, golpe della Madonna, notte di Tora Tora, o altrimenti golpe Borghese, è stato il tentativo di sovvertire lo Stato italiano avvenuto durante la notte tra il 7 e l'8 dicembre 1970. Ma per i tribunali, l'8 dicembre 1970 l'Italia si sveglia in una mattina come tante: la notte precedente, nulla è successo.

IL GOLPE BORGHESE: LA NOTTE IN CUI NULLA È SUCCESSO


   In merito alle conoscenze d'ufficio sui fatti del golpe Borghese, il 13 agosto 1971 con documento numero 1303, il capo del Sid Vito Miceli faceva sapere al giudice istruttore Marcello De Lillo che:

   Il servizio venne a conoscenza, nella notte sull'8 dicembre 1970, da fonte fiduciaria (cioé Franco Antico, v. supra) che un gruppo di appartenenti all'estrema destra extraparlamentare avrebbe inteso effettuare, la notte stessa, un imprecisato gesto clamoroso in contrapposizione alle recenti manifestazioni effettuate dall'estrema sinistra extraparlamentare. Dai controlli immediatamente disposti non emerse alcuna conferma della notizia riferita, Ciò nonostante, considerata la attendibilità della fonte, questo Servizio provvide ad informare subito i competenti organi di pubblica sicurezza e dell'Arma dei carabinieri. Ogni ricerca informativa in merito svolta dal Servizio, nel quadro dei compiti istituzionali, ha portato all'esclusione di collusioni, connivenze o partecipazioni di ambienti o persone militari in attività di servizio.
pag 124, Volume primo, Tomo III, 26 aprile 2001, Atti parlamentari , XIII Leg, Commissione parlamentare di inchiesta sul terrorismo in Italia, e sulle cause della mancata individuazione dei responsabili delle stragi

   La risposta del Sid era tragicamente vaga e in ultimo paradossale. Perché ciò che i servizi segreti erano disposti ad ammettere riguardo la notte del 7 dicembre 1970 era che alcuni gruppi di destra avrebbero inteso effettuare un imprecisato gesto, ma che nulla si riuscì a verificare sennonché la totale alienità dei militari. In estrema sintesi, i servizi segreti dicevano che i militari non avevano avuto alcuna responsabilità in un contesto di fatti che non si era riusciti a mettere a fuoco. È questo che è paradossale.

   La posizione della magistratura non sarebbe stata diversa. I processi che si avviarono dal 1977 si sarebbero conclusi con un nulla di fatto. È il 30 maggio quando inizia il procedimento, in Corte d'Assise, per giudicare 78 imputati. Tra questi figuravano Stefano Delle Chiaie, Sandro Saccucci, Remo Orlandini, il colonnello Amos Spiazzi e il capo del Sid, Vito Miceli, inquisito per favoreggiamento. È il processo ideato per verificare, giudicare, punire la colpevolezza di chi ha tentato di sovvertire il regime dello Stato. È un processo importante. Ma sonnecchia. Viene sospeso l'11 luglio e ripreso il primo di settembre perché uno dei giudici popolari ha il figlio malato (l'Unità, ag 3, 17 8 1977). Il 14 luglio 1978 c'è finalmente la sentenza di primo grado: 46 condannati, colpevoli non più di reato di insurrezione armata, ma di cospirazione politica; che il 27 novembre 1984, in appello, vengono assolti poiché "il fatto non sussiste", anche se tra loro c'era chi affermava di aver partecipato al golpe. Il 24 marzo 1986 la Cassazione conferma la sentenza di II grado: tutti assolti, niente è mai successo. Solo 5 imputati vengono condannati, accusati di detenzione e porto d'armi da fuoco abusivo. In nome del popolo italiano - si sentenzia - i clamorosi eventi della notte del 7 dicembre 1970, altro non erano che il "conciliabolo di quattro o cinque sessantenni".


IL CONCILIABOLO DI QUATTRO O CINQUE SESSANTENNI


   Si legge in un rapporto del Sid datato 26 giugno 1974, che:
Nel 1968, con il proposito di sovvertire le istituzioni dello Stato attraverso un "golpe", Juno [in realtà, Junio, ndr] Valerio BORGHESE, Remo ORLANDINI e Mario ROSA decidono la costituzione di un "Fronte Nazionale", cioè di una organizzazione di massa di intonazione anticomunista.
[...]
Sin dall'inzio delle attività propagandistiche, si affianca al Presidente del Fronte Nazionale (Juno Valerio Borghese) un costruttore edile romano, dott. Benito GUADAGNI, che assicura finanziamenti e risolve anche problemi personali di BORGHESE.
   Dal medesimo rapporto sappiamo che la sede di Fronte Nazionale viene fissata presso l'impresa Guadagni, a Roma; che Mario Rosa, ex membro dell'esercito dell'RSI, assume le funzioni di Segretario organizzativo.

   In un precedente rapporto del Sid, datato 18 marzo 1971, si espone quello che è il manifesto del Fronte Nazionale:
Dopo una fase interlocutoria con altri organismi di estrema destra quale "ORDINE NUOVO", "COSTITUENTE NAZIONALE RIVOLUZIONARIA" e "MOVIMENTO TRADIZIONALISTA ROMANO" per conseguire eventuali collegamenti unitari, il Comandante BORGHESE nel marzo 1969, emanò pubblicamente i punti programmatici della nuova associazione:

-costituzione di uno Stato forte, che assuma le seguenti responsabilità fondamentali:
   • difesa dell'onore nazionale e dell'integrità territoriale;
   • tutela della libertà dei cittadini, intesa come osservanza assoluta e immediata delle leggi;
   • creazione di istituzioni sociali e politiche rispondenti alle migliori tradizioni del popolo italiano, nonchè alle esigenze della civiltà moderna;
   • sollecitazione e agevolazione di tutte le attività favorevoli al progresso della nazione;
- adozione di un sistema di governo efficiente ed autorevole che tuttavia riconosca la funzione di una etica qualificata e che si esprima nel quadro degli interessi nazionali;
- esclusione dei partiti da ogni partecipazione all'attività del governo;
- esclusione dei partiti dal sistema sindacale.
  Costituzione di associazioni di categorie con dirigenti di provata competenza professionale, liberamente eletti;
- Assemblea Legislativa Nazionale, formata dai rappresentanti delle federazioni nazionali di categoria pervenuti a tale incarico attraverso trafila elettiva per merito rofessionale e per la loro visione panoramica dei problemi nazionali, nonchè da cittadini chiamati a tale funzione per meriti eccezionali;
- composizione giuridica dei conflitti di lavoro tramite delle imprese da attuare con criteri di razionalità, equità e gradualità;
- politica economica basata sul riconoscimento della proprietà e dell'iniziativa privata, quali condizioni indispensabili del progresso economico e sociale, nei limiti imposti dall'interesse nazionale;
- politica interna intesa alla coesione nazionale, all'osservanza rigorosa delle leggi, alla difesa dell'ordine pubblico e della moralità, all'assistenza morale e materiale dei cittadini;
- politica internazionale che assicuri effettivamente l'integrità, l'indipendenza e la dignità della Nazione italiana, affidata ad efficienti e moderne Forze Armate libere da ogni interferenza politica.
   Per quanto riguarda l'organizzazione del Fronte Nazionale, il Sid faceva sapere che inizialmente il movimento assumeva una organizzazione basata su "delegati provinciali", che da un lato lavoravano per arruolare nuovi adepti, dall'altro progettavano iniziative da assumere nel caso di lotta aperta con i comunisti. Nell'estate del 1969 l'organizzazione provinciale venne aggiornata, prevedendo la nascita di due gruppi distinti: il gruppo A, pubblico, con il compito di fare proseliti in ambiente civile; e il gruppo B, occulto, destinato a organizzare il braccio militare del movimento e alle cui riunioni "partecipano, alcune volte, Ufficiali dei paracadutisti reclutati dal Fronte" (pag 5 / 213).

   Junio Valerio Borghese, il presidente del Fronte Nazionale, dopo un'allenza altalenante con Ordine Nuovo, instaura un rapporto con Avanguardia Nazionale di Stefano Delle Chiaie. Rapporto che diverrà sempre più stretto e di fiducia, al punto che proprio Borghese vedrà in Avanguardia Nazionale il possibile braccio armato del Fronte e, in Delle Chiaie, il suo erede politico.

I finanziamenti 

   In un rapporto dei carabinieri si legge che in data 12 aprile 1969, a Genova e in una villa sita in via Capo Santa Chiara 39, Borghese si incontrò con l'armatore Alberto Cameli,  l'avvocato Gianni Meneghini, il presidente Gianluigi Lagorio Serra, e con il proprietario della villa, l'industriale Guido Canale.

   Da Camillo Arcuri, giornalista, sappiamo che in quel dato evento Borghese preannunciò il colpo di stato per il periodo luglio-agosto 1969 e che chiese ai riuniti alcuni finanziamenti. Non sarebbe stato comunque l'unico incontro avvenuto in quella villa.

   In incontri successivi - a cui Borghese non si presentò - si riunirono personaggi come Luigi Fedelini, direttore dell'Imi di Genova; Niccolò Cattaneo della Volta, dirigente della IBM; Giacomo Berrino, costruttore e presidente del Genoa; Giacomo Cambiaso e Giancarlo de Marchi, rispettivamente agente marittimo e tesoriere della Rosa dei Venti.

   In un articolo de L'Espresso del 10 novembre 1974 si afferma che "Sembra accertato, ma da fonte diversa del SID, che a seguito delle tre riunioni, industriali e notabili liguri sottoscrisssero circa 100 milioni". Ma non solo gli uomini citati, sono giudicati come finanziatori o potenziali finanziatori di Borghese.

   Fin dagli albori, i progetti neofascisti di Borghese avevano incontrato l'interesse di importanti facoltosi. A rivelarlo è un resoconto della CIA, censurato nella data ma collocabile nell'immediato dopoguerra. Intitolato Monarchist and Right Wing Movements 2. Neo-Fascist Movements, il documento indica quali finanziatori delle attività neofasciste di Borghese il marchese Patrizzi, il commendator Luce, e poi Giuseppe Tudini e Achille Talenti, fondatori della storica Impresa Tudini & Talenti, artefice di importanti opere edilizie romane.

LA NATO E GLI STATI UNITI D'AMERICA

   Il "Fronte Nazionale" per l'attuazione del "golpe" aveva stabilito da tempo collegamenti con gli U.S.A., nella persona del Presidente NIXON e con membri di Unità NATO di stanza a MALTA.
   Questo citato è tratto dal rapporto del 26 giugno 1974, trasmesso da Mario Cassardi, all'epoca direttore del Sid, al giudice Violante in data 17 maggio 1975, all'Allegato E, che ancora rivela che elemento di collegamento tra i golpisti italiani e l'entourage USA fosse l'ingegnere [Hugh Hammond] Fendwich, impiegato presso la Spa Selenia e in contatto con Gianfranco Talenti del Fronte Nazionale, nipote di Achille Talenti, già citato.

   Dalle testimonianze rilasciate da Adriano Monti si viene a sapere che fu proprio lui a mettersi in contatto con Hugh Fenwich, il quale si impegnò a parlare con Herbert Klein, assistente di Henry Kissinger che in quel momento rivestiva il ruolo di Segretario di Stato.

   Sempre stando a quanto riporta Monti, Herbert Klein fece sapere che ci sarebbe stato appoggio da parte del governo statunitense qualora al progetto di golpe avessero partecipato Carabinieri, Esercito, Marina e Aeronautica; e qualora il nuovo governo fosse stato presieduto da un politico della DC, uomo di fiducia degli States: Giulio Andreotti.

   La fonte principale, ma come si è visto non unica, del contatto tra golpisti italiani e funzionari USA è rappresentata da Remo Orlandini, che a tre anni dal tentativo di golpe, il 12 febbraio 1973, rivela i particolari ad Antonio Labruna, uomo del Sid, che chiede al primo quali fossero gli appoggi "esterni". Orlandini rispose: "La Nato e la Germania [dell'Ovest]. A livello militare. Perché dei civili non ci fidiamo".
Labruna - Lei mi deve dire i nomi, tutto, perché io conosco molto dell'ambiente internazionale.
Orlandini - Guardi, per l'America c'è Nixon, oltre al suo entourage.
   Sempre Orlandini afferma, in un successivo incontro tenuto con Labruna e altri: "La flotta Nato aveva già messo in moto le eliche ed era pronta a partire per avvicinarsi... per qualsiasi evenienza, l'avevamo in appoggio. Ecco perché vi dico che non avete la minima idea della grandezza e della serietà della cosa".

L'appoggio della mafia


  Sul finire del 1969, tra ottobre e novembre, il principe Borghese era riuscito a mettersi in contatto con le 'ndrine calabresi. Forse durante il vertice del 26 ottobre 1969 tenuto a Montalto (praticamente un summit annuale tra boss mafiosi), si discusse anche di un accordo fra il Fronte Nazionale e la 'ndrangheta (Mafia Republic - John Dickie), di cui però ignoriamo la natura.

   Inoltre Borghese tentò un avvicinamento a Cosa nostra, chiedendo ai boss Pippo Calderone e Giuseppe Di Cristina se fossero stati disponibili ad appoggiare un colpo di stato anticomunista.

   Seppure Borghese avanzò promesse allettanti, come la liberazione immediata di Vincenzo e Filippo Rimi (quest'ultimo cognato del boss Badalamenti), le richieste da parte del comandante lasciarono profonda perplessità nei mafiosi siciliani. Borghese chiedeva infatti che al momento dell'intervento i mafiosi indossassero una fascia verde come segno distintivo mentre ai capi famiglia venne inoltre richiesto di consegnare un elenco di tutti gli appartenenti al proprio clan. Sarà Pippo Calderone, in un nuovo incontro con Borghese, a manifestare il rifiuto dell'organizzazione Cosa nostra. Tuttavia Calderone deciderà di confermare, a titolo personale e sempre durante lo stesso incontro, il suo appoggio al progetto. (Giornale di Sicilia, 12 luglio 1991)

Il golpe e la massoneria


   Licio Gelli, Gran Maestro della loggia massonica Propaganda 2 (P2) avrebbe dovuto fungere da tramite con alcuni ufficili dei Carabinieri. Lo affermò Paolo Aleandri alla deposizione alla magistratura il 5 novembre 1981, aggiungendo che tutto ciò che sapeva a proposito di Gelli gli era stato riferito da Alfredo De Felice.

   Dalle parole di Aleandri il ruolo avuto da Licio Gelli nel golpe Borghese risulta pressoché marginale, senonché lo stesso teste dichiarò (23.9.82) che Fabio De Felice "valutò che Gelli fosse stato parte del contrordine che venne dato durante la esecuzione del Golpe Borghese" e che, sempre secondo De Felice nelle parole di Aleandri, "il vero piano del golpe Borghese era rappresentato dalla possibilità di far scattare un piano antinsurrezionale custodito dai Carabinieri di cui solo alucin [sic] ufficiali potevano disporre la attuazione".

VERSO IL GOLPE


   Nel luglio del 1970, il piano eversivo del Fronte Nazionale è, secondo il Sid, "praticamente completato" (pag 8 /216). La conferma di ciò ci arriva anche da un dispaccio top secret desecretato dalla CIA e datato 7 agosto 1970. Nel documento si accenna a una conversazione avvenuta due giorni prima tra Remo Orlandini e Hugh Hammond Fenwick e il cui soggetto è proprio il piano di insurrezione di Borghese. Se Orlandini ne parlò a uno statunitense che godeva della fama di essere molto vicino al presidente Nixon, si deduce che il progetto dovesse essere in stato avanzato. Pure nei primi giorni di agosto, si mette a punto la modalità di occupazione del Ministero dell'Interno. Progamma che verrà in seguito aggiornato poiché si trova una collaborazione di un capitano di pubblica sicurezza, Enzo Capanna, che "ammette un ingresso agevole al Ministero".

   È in questo periodo che si decide che il golpe sarà effettuato nella notte tra il 7 e l'8 dicembre dello stesso anno. Da perfetto manuale, nel giorno 7 inizia l'afflusso a Roma dei Gruppi B e lo schieramento dei nuclei. Nel pomeriggio sono presenti nella capitale elementi di Avanguardia Nazionale giunti da Liguria e Toscana.

   Da Città Ducale, in prossimità di Rieti, è pronto a muoversi un gruppo di Guardie Forestali agli ordini del colonnello Berti. Dalla Sardegna, invece, giunge nella capitale un gruppo di CC guidato dall'ufficiale dell'Arma, nipote del capitano CC Pinto.

   Il centro operativo viene collocato presso il cantiere di Remo Orlandini, ed è costituito, oltre che da quest'ultimo, da Salvatore Drago (piduista), Micalizio, Bonvicini, De Rosa, Adriano Monti.

   Il comando politico dell'operazione è composto invece da Junio Valerio Borghese, Lo Vecchio, il gen. Casero e Mario Rosa, che si radunano presso l'ufficio di quest'ultimo, in via Sant'Angela Merici, Roma. Ormai è tutto pronto per avviare il golpe. Nome in codice: Tora Tora.

L'OPERAZIONE TORA TORA

L'operazione Tora Tora, sarà in questo capitolo, suddivisa in due sottocapitoli. Il primo riguarderà il piano così come si sarebbe dovuto svolgere nelle aspettative dei congiurati, nel secondo si vedrà invece come i fatti si svolsero realmente.Si vuole ricordare che questi ultimi fatti, per le sentenze emesse dai tribunali, non sono mai avvenuti.

Il Piano

   Allo scoccare dell'ora X, l'eversione si sarebbe articolata in 3 fasi:

1a - Occupazione di alcuni obiettivi strategici:
- Ministero degli Interni;
- Ministero degli Esteri;
- Ministero della Difesa;
- Comando Generale Arma Carabinieri;
- Questura di Roma;
- Camera dei Deputati;
- Senato della Repubblica;
- Sedi della RAI-TV (via Teulada e via del Babuino);
- Centro radio-collegamenti del Ministero degli Interni con sede a Monterotondo;
- Centro radio-ripetitori del Ministero degli Interni con sede in Anzio;
- Centrale elettrica di Nazzano (Roma), da cui parte la alimentazione per la rete della Capitale.

2a - Eliminazione fisica del Capo della Polizia Vicari.

3a - Cattura del Presidente della Repubblica Saragat.

   All'attuazione del piano eversivo sarebbero dovute intervenire in ausilio le seguenti forze:
- Il battaglione Guardie di P. S. di Roma al comando del Maggiore Enzo Capanna (con beneplacito del suo diretto superiore, Colonnello Barbieri);
- Il gruppo della forestale di Rieti, altrimenti noto come Gruppo Berti, costituito da imprecisato numero di guardie agli ordini del Colonnello Berti;
- Un gruppo di carabinieri guidato da un ufficiale inferiore dell'Arma, nipote del Capitano CC Pinto Lorenzo;
- Il 1° Reggimento Granatieri di Sardegna;
- Il Reggimento Cavalleria Lancieri di Montebello;
- Il 1° Reggimento Bersaglieri di Aurelia (Civitavecchia).
(pag. 234 e 235 IX leg, Commissione parlamentare di inchiesta sulla loggia massonica P2, Volume terzo, Tomo IV, 1985)

   Qualora ne fosse stato richiesto l'intervento, dall'isola di Malta sarebbe salpata una flotta Nato composta da 4 navi da guerra, pronta a dare appoggio ai golpisti. (pag 236)

   Dal rapporto del 26 giugno 1974, trasmesso da Mario Cassardi, direttore del Sid, al giudice Violante in data 17 maggio 1975, all'Allegato D, viene detto che per volontà di Borghese, Avanguardia Nazionale si sarebbe dovuta occupare di 3 obiettivi:
1 - Far saltare i ponti di tutte le strade che avrebbero permesso ad unità delle FF. AA. di stanza ad Anzio-Nettuno di raggiungere Roma, poiché queste erano considerate fedelissime al presidente Saragat.
2 - Occupare il Ministero degli Esteri, avvantaggiati da complicità a esso interne.
3 - Rastrellare personalità che potevano rappresentare un ostacolo all'operazione, che vennero individuate nei vertici dei gruppi sindacali. Gli arrestati dovevano essere trasportati a Civitavecchia e da qui imbarcati per l'arcipelago delle Eolie o Lipari, per mezzo di navi messe a disposizione dal Fronte Nazionale.

   Si aggiunge che su protesta di Avanguardia Nazionale che esigeva di occuparsi di obiettivi più rilevanti, venne poi deciso che questa si sarebbe focalizzata sull'occupazione del Ministero degli Interni, sempre facilitandosi l'entrata mediante conoscenze interne e complici. Nel medesimo documento (Allegato D), non viene tuttavia specificato se quest'ultimo obiettivo fosse in sostituzione dei tre di cui sopra o in aggiunta.

   Avendo sotto controllo gli edifici chiave della Repubblica e rapitone il presidente, la mattina successiva, l'8 dicembre e alle ore 7.59, Junio Valerio Borghese avrebbe letto in diretta televisiva il seguente proclama:
   Italiani, l'auspicata svolta politica, il lungamente atteso colpo di stato ha avuto luogo. La formula politica che per un venticinquennio ci ha governato, e ha portato l'Italia sull'orlo dello sfacelo economico e morale ha cessato di esistere. Nelle prossime ore, con successivi bollettini, vi saranno indicati i provvedimenti più importanti ed idonei a fronteggiare gli attuali squilibri della Nazione. Le forze armate, le forze dell'ordine, gli uomini più competenti e rappresentativi della nazione sono con noi; mentre, d'altro canto, possiamo assicurarvi che gli avversari più pericolosi, quelli che per intendersi, volevano asservire la patria allo straniero, sono stati resi inoffensivi. Italiani, lo stato che creeremo sarà un'Italia senza aggettivi né colori politici. Essa avrà una sola bandiera. Il nostro glorioso tricolore! Soldati di terra, di mare e dell'aria, Forze dell'Ordine, a voi affidiamo la difesa della Patria e il ristabilimento dell'ordine interno. Non saranno promulgate leggi speciali né verranno istituiti tribunali speciali, vi chiediamo solo di far rispettare le leggi vigenti. Da questo momento nessuno potrà impunemente deridervi, offendervi, ferirvi nello spirito e nel corpo, uccidervi. Nel riconsegnare nelle vostre mani il glorioso Tricolore, vi invitiamo a gridare il nostro prorompente inno all'amore:
ITALIA, ITALIA, VIVA L'ITALIA!

Quello che avvenne

   Ore 18/21.30, al cantiere di Remo Orlandini a Montesacro affluiscono numerosi gruppi appartenenti alla estrema destra. Tra questi, Fronte Nazionale, Ordine Nuovo, Avanguardia Nazionale, e membri di Europa Civiltà.

   Ore 22.00, è l'ora X, l'attuazione del piano eversivo può iniziare.

   Ore 22.05, Franco Antico, ufficiale dei servizi di sicurezza appartenente a Europa Civiltà telefona alla sede del Sid in via XX settembre avvisando: "Sono partiti".

   Ore 22.15, la colonna delle guardie forestali è nei pressi della via Olimpica.

   Ore 22.30, gli uomini della forestale attendono il via per poter occupare le sedi Rai, mentre davanti al Viminale ci sarebbero 50 persone agli ordini di Stefano Delle Chiaie e Sandro Saccucci.

   Ore 23.00, Franco Antico effettua una seconda telefonata, questa volta alla sede del Sid. Informa il tenente colonnello Giorgio Genovesi, a capo del controspionaggio, di alcuni movimenti attorno al Viminale. Genovesi informa prima il colonnello Antonio Cacciuttolo, poi quest'ultimo informa il colonnello Federico Guasca Queirazza, che a sua volta avvisa il generale Vito Miceli, capo del Sid. Miceli ordina: "Per ora non fate niente, sorvegliateli".

   Ore 23.15/24.00, dalla centrale operativa Borghese dà l'ordine di passare alla fase successiva del piano. Il capitano Enzo Capanna ordina alle cinque guardie incaricate della sorveglianza del Viminale di aprire le porte ad Avanguardia Nazionale. Dall'armeria vengono prelevati 180 mitra Mab 21, i quali vengono caricati su un autocarro, che all'incirca alle 24.00 viene fatto uscire in strada.

   Ore 00.05, in presenza di Remo Orlandini, Edward Fendwich fa partire la telefonata diretta alla Casa Bianca. La telefonata sarebbe dovuta prima passare dalla sede Nato di Bagnoli (NA), poi transitare dal comando navale Nato a Malta e infine raggiungere Washington. Contro ogni aspettativa si arenò però a Malta.

   Ore 00.30/1.40, nel pieno dell'azione, e con diversi obiettivi già raggiunti, Borghese fa partire il contrordine, "Tutti a casa". È del tutto inaspettato. Gli uomini abbandonano rapidamente il Viminale, mentre la colonna di forestali del maggiore Berti viene bloccata a poche centinaia di metri dalla sede Rai in via Telauda. Ad avvisare Berti sarebbe stato Francesco Lombardi, spedito dalla sede del Fronte Nazionale. Nel frattempo, e in tutta fretta, si fa rientrare l'autocarro carico di 180 mitra Mab.

   Ore 2.05, finalmente Vito Miceli ordina ad un ufficiale del Sid di inviare un fonogramma di allarme all'ufficio politico della Questura, avvisando della possibile presenza di un commando di uomini nel Ministero degli Interni.

Amos Spiazzi e l'anti-insurrezione


   Tra le 16.30 e le 18 del 7 dicembre 1970 Amos Spiazzi ricevette una telefonata da Elio Massagrande, membro di Ordine Nuovo, che lo avvertì che "Questa sera il Fronte nazionale farà una manifestazione a Roma, su invito di un personaggio di Governo".

   Dopo all'incirca tre quarti d'ora Spiazzi ricevette una seconda telefonata, questa volta dal generale Corgnani che "con toni enfatici mi ha detto che il comandante Borghese aveva telefonato dicendo di tenersi tutti pronti, perchè ci sarebbe stata una grossa manifestazione".

   Verso le 21, dichiarò Spiazzi, "mi arriva un fonogramma, che dice: Attuate esigenza triangolo", vale a dire la messa in moto dell'apparato anticomunista che comprendeva "ufficiali, sottufficiali e soldati di sicura fede", in altre parole, un piano di ordine pubblico, volto a reprimere qualsiasi tipo di manifestazione.

   Pronto a dirigersi verso Sesto San Giovanni con una batteria di artiglieria come da programma, Amos Spiazzi telefonò al generale Corgnani, chiedendogli di avvisare il comandante Borghese "che non faccia fesserie [...] cose provocatorie". In udienza Spiazzi disse inoltre che Borghese sarebbe stato avvisato dell'avvio dell'esigenza triangolo anche da un altro personaggio, "un certo tenente colonnello o Condò o Agliò". (pag 494)

   Più tardi, ancora prima di uscire dalla stazione di Agrate, Amos Spiazzi riceve il contrordine: "Esercitazione, esercitazione, esercitazione". L'esigenza triangolo è annullata. Spiazzi racconterà ai magistrati che il fonogramma per l'attuazione del piano di repressione non partì dalla "normale catena gerarchica", ma bensì dal Ministero, da personaggio sconosciuto. 

   Per Amos Spiazzi, il movimento della colonna dei forestali guidati da Berti rientrerebbe nel programma previsto dall'esigenza triangolo.

Fonte del capitolo: Audizione di Amos Spiazzi alla Commissione P2, 25 novembre 1983, in COMMISSIONE P2, Allegati alla relazione, Serie II: Documentazione raccolta dalla Commissione, vol. III, t. XI, pp. 475-530.


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