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Il processo Andreotti 2/5 - Il complotto

di | leTrattative - Blog
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Pubblicato: 02/11/18


Andreotti Stati Uniti


Attorno al processo Andreotti si sono costruite — e qui è stato fondamentale l'aiuto dei media — tutta una serie di teorie complottiste pronte a screditare il lavoro della magistratura. Così Andreotti venne fatto passare come la vittima di una montatura giudiziaria, i pentiti che rivelarono i suoi rapporti con i mafiosi vennero descritti come inaffidabili, e l'intero processo venne spacciato — così come lo abbiamo sentito tante volte — di natura politica. Una serie di attacchi volti a inquinare l'atmosfera di imparzialità del lavoro giudiziario.

   Un lavoro così ben riuscito che ancora nel 2013, in occasione della morte di Andreotti, personaggi come Silvio Berlusconi non provano il minimo imbarazzo ad affermare che "Andreotti fu perseguitato come me". E buona parte dell'opinione pubblica è pronta a dargli ragione.

Il complotto internazionale

   Sappiamo per certo che già nel 1984 gli Stati Uniti temevano un coinvolgimento di Andreotti nei fatti di Cosa nostra. 1984. Cioé molti anni prima del processo. In uno dei documenti desecretati dal Dipartimento di Stato statunitense, il documento F-2012-28851, si legge che durante un incontro datato 1 luglio 1993 tra l'ambasciata statunitense e Andreotti, quest'ultimo
   Ha chiesto informazioni sulla diffusione da parte del governo americano di un dispaccio del 1984 proveniente dal nostro Consolato di Palermo, nel quale viene riferito che, se i presunti legami di Lima con la mafia fossero confermati, allora sia Andreotti che l'intero regime politico italiano si troverebbero in seri guai.
   È possibile che Andreotti temesse che quel documento fosse stato diffuso dagli statunitensi per screditarlo. Questo si deduce dal fatto che, per tranquillizzare il politico italiano, gli statunitensi affermano che il dispaccio del 1984 è stato diffuso nel 1992 su richiesta di un giornalista che nel 1988 si appellò alla legge FOIA, la quale prevede il diritto di accesso a documenti amministrativi secretati.

   Sempre all'interno del documento F-2012-28851 viene riportato che Andreotti teme che la sua accusa sia stata costruita con il coinvolgimento della U.S. Marshalls Service, cioè quell'organo degli USA che si occupa della gestione e protezione testimoni, tra cui, è bene ricordarlo, c'era Tommaso Buscetta, il pentito che dal 1992 accusava Andreotti di rapporti con Cosa Nostra. Andreotti non escludeva neppure membri deviati dei servizi segreti italiani, o lo zampino della mafia americana, oltre a quello, ovviamente, di Luciano Violante, presidente della Commissione parlamentare Antimafia dal 1992 al 1994.

   In quell'incontro del 1993 con l'ambasciata statunitense a Palermo, Andreotti spara tutte le sue cartucce. E gli statunitensi se ne accorgono.
   Domandato se riteneva coinvolto anche il governo degli Stati Uniti, Andreotti ha risposto: "No"
   Una domanda che sembra essere fatta da uno psichiatra per saggiare il grado di paranoia del suo paziente.

La fonte della teoria del complotto internazionale 

   Ancora 1 luglio 1993. Ancora Andreotti durante l'incontro con l'ambasciata statunitense a Palermo. Ancora il documento desecretato, numero F-2012-28851. Riguardo alle affermazioni fatte da Andreotti nel corso dell'incontro, si legge:
   Le sue affermazioni sono lontane dal poter essere ritenute credibili, ma è difficile ritenerlo responsabile di queste, poiché egli si esprime spesso per sentito dire. Andreotti era particolarmente infastidito dal non poter denunciare Buscetta per calunnia [...]
   Che Andreotti si esprimesse per sentito dire, questo è chiaro nel momento in cui va a chiedere spiegazioni sul dispaccio del 1984 di cui si è già parlato. L'ambasciata statunitense si trova a dovergli spiegare punto per punto il contenuto di quel documento, dove in realtà erano gli assetti politici italiani a essere presi in esame, e dove in particolare si descriveva la situazione del PCI, e di come i comunisti si sbagliassero a ritenere il regime in carica incapace di combattere la mafia. In sostanza, nel dispaccio del 1984, si faceva un elogio alla prima Repubblica, quella scudocrociata. Dispaccio in cui, tra l'altro, il nome di Andreotti appariva soltanto "a couple of times". È allora palese, che quel documento dell'84, l'onorevole non lo ha mai letto. Forse perché non ne aveva avuto il bisogno. Forse perché qualcuno lo aveva letto al suo posto.

   Per quanto riguarda invece l'impossibilità di denunciare Buscetta per calunnia, questa era dovuta al fatto che Buscetta si trovava sottoposto al programma testimoni degli Stati Uniti, che tra le altre cose prevede l'immunità per il pentito. Per poter denunciare Buscetta, rendendo ancora più difficile il lavoro dei magistrati in Italia, bisognava dunque prima scavalcare la U.S. Marshalls Service. Come?

  Nella primavera del 1993, cioé poco tempo prima di quell'incontro con l'ambasciata, Andreotti aveva ingaggiato il legale Abraham D. Sofaer. Sofaer è un vero pezzo grosso dell'avvocatura: mentre opera negli Stati Uniti per conto di Andreotti, sempre su suolo nordamericano difende la Libia di Gheddafi sospettata di aver fatto esplodere un aereo nei cieli della Scozia, e la difende fino a quando le forti critiche mosse dalla stampa USA lo costringono a fare un passo indietro.

   Per quanto riguarda l'essersi messo a disposizione di Andreotti, la rivista Panorama del 16 maggio 1993 riporta le dichiarazioni fatte da Abraham Sofaer al giornalista Daniel Klaidman: "Ho accettato — dichiara il legale — ho sentito dire che i magistrati a Palermo sono comunisti. Queste sono le cose da mettere in luce e che avranno un impatto sul pubblico."

   Si trattava ovviamente di dichiarazioni puramente propagandistiche, perché Sofaer non aveva alcun interesse  a dimostrare che i magistrati italiani fossero comunisti o meno. Più volte si è letto sulla stampa dell'epoca che Andreotti si era affidato a Sofaer per "curare la sua immagine pubblica negli Stati Uniti", o per "difendersi negli Stati Uniti". Si è però sempre ignorato il fatto che nessua minaccia fu mai avanzata dagli Stati Uniti ad Andreotti. Non dal governo, non da funzionari pubblici. L'unica vera minaccia era rappresentata da quei pentiti mafiosi che affermavano, a magistrati italiani, che l'on. Andreotti aveva stretti legami con Cosa Nostra. Ciò che si deduce è che Andreotti si affidò a Sofaer con lo scopo di attaccare quegli apparati governativi statunitensi che non gli permettevano di denunciare Buscetta e far arenare il processo in Italia.  

   Infatti per arrivare a Buscetta Sofaer cercò inizialmente di colpirlo nella sua attendibilità di testimone, poi di fare pressioni sulla U.S Marshalls Service e, quando dal governo degli States non si ottenne alcuna risposta, di far circolare a Washington un documento di 93 pagine in cui si accusava il Dipartimento di giustizia USA di essere parte di una campagna volta a screditare Andreotti. Era il 10 settembre 1993. Il fatto ebbe una risonanza tale da essere ripreso da quotidiani come il Washington Post e il New York Times. Tutti furono concordi nel ritenere le argomentazioni di Sofaer illogighe, vaghe.

   Naturalmente i tentativi di Sofaer non andarono in porto. Il Dipartimento di giustizia USA non cedette e Buscetta continuò a godere dell'immunità. L'eredità teorica-complottista di Abraham Sofaer è invece enorme, e ancora oggi permane la sua eco: sono stati i comunisti; sono stati gli americani; è stato tutto frutto di una cospirazione.

   Non si può  parlare di un complotto della magistratura italiana ai danni di Andreotti, poiché non si è partiti né si è cercato di costruire l'accusa attorno a questo nome. Al contrario, il nome di Andreotti ha fatto grande fatica a essere pronunciato in Italia. E alla fine lo si è pronunciato lungo il corso di una indagine che, inizialmente, non aveva niente a che fare con lui. I magistrati siciliani ci hanno messo un pezzo, insomma, a capire che tutte le strade portavano a Roma, in particolare alla porta dell'onorevole.

   Non si può parlare neppure di un complotto ordito dagli statunitensi. Innanzitutto perché Buscetta godeva dell'immunità in relazione alla sua collaborazione in Pizza connection, che nulla aveva a che fare con i processi a carico di Andreotti. Poi perché in difesa di Andreotti si presentarono ben 3 ambasciatori made in USA: Raab, Walters e Secchia, quest'ultimo recatosi in Italia dopo essersi consultato con i presidenti Ford e Bush.

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